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By Claire On

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Devo aver battuto la testa

Foto di Alvaro Buendia (Lima)

Sotto la pancia dell’asino, Lima era un cosmo rivoltato e pungente come i peli di un somaro, come le notti senza riscaldamento sul tuo divano. Che strano, pensavo dandoti la mano, questo mondo lontano non sembra nuovo per niente. Avevo lasciato il controllo sul sedile posteriore di un Uber diretto verso l’aeroporto e poi ancora indietro, seguendo la linea del mare, fino ai grattacieli di Miraflores e ad un portiere che non mi riconosce.

Lima era grigia e ti dava da pensare. O forse era lei che pensava per tutti. Carica di dubbi, rimuginava. Umida di sogni che non confessava, si faceva spessa e a tratti opaca. Radicale, come un deserto sul mare -ti inganni se credi che pioverà.

Quei giorni consumavo Pisco e Malarone, certe volte mi chiedo se non sia stata tutta un’allucinazione. Prendo l’ascensore, un piano dispari tra 11 e 17, la porta aperta e una finestra spalancata sulla notte viola. Là fuori Lima è livida e senza vergogna. Seduti per terra, ci annusiamo (sai di camote e avocado) quando salgo su di te sfiorandoti l’orecchio come per mangiarlo: “we’re gonna be so happy”.

In casa tua c’erano i fantasmi ma per me non era assolutamente un problema, dicevi che mi avresti protetto dalla bambina demoniaca. Tra nuvole di fumo o sotto le lenzuola, niente può farmi paura, neppure Lima. Ogni volta che facevamo l’amore mi lasciavi morsi e lividi ed io li portavo con gioia, come un leone al guinzaglio. Tutto era intenso e speziato.

Sul Metropolitano stipato, mi baci e ti ribacio. Scorrono le auto e poi si incantano come ingorghi nelle vene, arresti cardiocircolatori, insetti catarifrangenti nelle tenebre dell’Amazzonia. Dagli Inca del Mali al signore dei ratti, il tempo si è fermato nei tuoi scatti – è lì che siamo rimasti.

Sotto acido fantasticavi in grande e io abboccavo sempre. Immaginavi di mettermi incinta e solo l’idea bastava a eccitarci come pazzi visionari, animali da caccia mai sazi di niente. Quando ti saltavo al collo eri il mio gigante dagli occhi profondi come giungle e labbra di orsetti gommosi. Ma una volta fuori dalle coperte, ho cominciato ad avere i brividi. Lima non ti fa mai stare tranquilla.

Foglie di coca nell’acqua bollente, mi viene voglia di metterci la faccia. Spaesata come quella volta a Ollanta, nella valle sacra, quando pisciavo sangue e mi mancava l’aria. Sudo freddo. Le tue parole tornano indietro, rimbombano in un’eco e si distorcono come  bugie già sentite con un altro volto. Vorrei dirti le mie ma mi hai tolto il suono. Sotto questi riflettori ho la sabbia alla gola e l’andatura goffa. Frastuono.

BBVA Continental, inquinamento acustico. Dal mio nido di luce, elettrica vengo a cercarti nel traffico della capitale ma non so più orientarmi. Nel peggiore dei casi diventeremo amici, dici. Devo aver battuto la testa, nessuno si ferma. Voci che sfumano via a gran velocità mi prendono in giro dicendo che puzzo, devo sembrare una pazza. Hai sognato il mio sorriso che ti diceva aspetto un bambino, ma il nostro tempo era già finito e il figlio era di un altro. Sembri divertito.

Terrore del vuoto, il telefono spento, l’abbandono. Freddo e spietato come il bianco e nero geometrico di uno scatto urbano, dove le scale non portano a niente e il punto di fuga è centrale ma inaccessibile. Mi rivedo sullo schermo bianco, quello spettro affranto sono io.

Dietro l’obiettivo di una Canon, il fotografo getta la sigaretta e aumenta i tempi di esposizione. Ha deciso che stanotte vuole catturare lei.

Fuoco.

Fotografia: Alvaro Buendia

Storia: Claire Minipaniers

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