Claire

By Claire On

In ARTE, REPORTAGE

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Un viaggio nel marmo di Carrara 

 

“Andate a farvi fottere, non mi beccherete mai! Sono andato a vivere su a Castelpoggio, in cima alle Apuane lontano da tutto, le cave di fronte al balcone dove una volta si estraeva marmo rosso sangue, come nel ’44 quando i nazifascisti uccisero mezzo paese, parroco compreso (..) Ah! Ah! Ah! Raccolgo amanita muscaria, la mangio e la vomito fuori. Il diluvio underground rilascia spore magiche pronte a esplodere dopo anni, a chilometri di distanza”  

Prof. Bad Trip

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Vendesi. Vendesi. Vendesi. Chiuso.

Benvenuti a Carrara.

I luoghi e i personaggi che troverete nel racconto sono reali. Tutti gli scultori che ho incontrato sono stati colti di sorpresa e nessuna intervista è stata pensata in anticipo, anche perché all’inizio del viaggio non sapevo bene cosa stessi cercando tra le cave e i fondi dell’ultimo ovest toscano (forse solo una scusa per tornarci).

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Montagne bianche e un’atmosfera distopica. La prima volta a Carrara data una domenica particolare perché gli studi degli artisti erano eccezionalmente aperti al pubblico. Eppure quando chiedo a una signora del posto di indicarmi un bar aperto, lei sbotta a ridere aggiungendo: “Lo so lo so, mi vergogno di essere carrarina”. E’ evidente che non siamo nella Toscana da cartolina.

Una città spettrale circondata da spettri di montagne: fatte a fette, sventrate, ma di una bellezza irresistibile. Montagne di… mare, di quello che ne resta strato su strato, era dopo era. Tutto fuso insieme dal tempo. Il marmo è affascinante perché intreccia la storia dell’arte con la preistoria del mondo.

E tra questi monti, nascosti in polverosi laboratori, un centinaio di scultori (per la maggior parte uomini) lavorano alle loro opere in marmo. Che non è come dire che fanno illustrazione. A Carrara la sensibilità e il gusto estetico convivono come niente fosse con i flessibili e le seghe circolari.

L’arte dello scolpire rende manifesto ciò che nelle altre arti resta solo implicito, creare non è un atto pacifico.
Non c’è espressione senza lotta: “il marmo vuole il sangue” ti ripetono sempre da queste parti…

§1

Il mestiere del Ghost Artist

Arte e tecnica nella scultura

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Dicono che Alessio Cerasa, 29 anni, sia uno dei più bravi formatori di Carrara. Ci incontriamo una mattina nel suo studio e lo trovo a lavorare con il legno. Che ci farà mai uno scultore di marmo col legno? Stava costruendo una culla per la sua bimba, perché di lì a poco Alessio sarebbe diventato papà. E’ bastato questo a farmi abbandonare la deontologia del reporter, causa affetto smisurato. E continuando a parlarci mi dico che la mia fiducia è ben riposta, perché Alessio sembra molto onesto nel suo lavoro. La spocchia da artista qui dentro non ce l’ha nessuno. E infatti chi ha detto Artista? Alessio si definirebbe scultore. L’artista è quello che pensa l’opera, mentre lui è quello che la fa. Vi torna? Il mio nuovo amico ha lavorato per anni negli Studi d’Arte Cave Michelangelo (laboratorio di fama internazionale, scelto dai più quotati artisti contemporanei) fino a quando non ha deciso di mettersi in proprio. La squadra degli Studi Michelangelo ha realizzato opere di Jan Fabre, Vanessa Beecroft, Jan Van Oost, Paul McCarthy, Daniel Buren. In che senso? Nel senso che gli artisti vengono qui con un progetto e si affidano ad un team di formatori, modellatori, scultori e rifinitori per ottenere uno o più esemplari della loro scultura. E’ in questi laboratori che Maurizio Cattelan ha fatto realizzare il suo dito medio. Ed è sempre qui che l’artista franco-algerino Abdel Abdessemed ha commissionato 5 statue di Zidane che dà la testata a Materazzi in marmo nero.

Ora, non serve aver dedicato i migliori anni della propria vita intellettuale all’Estetica del Pelo Caprino (non guardate me!) per accorgersi che questioni come l’autorialità dell’opera d’arte o il rapporto tra copia e originale non sono poi così ovvie. L’idea che ci sia un titolare dell’opera (Artista) che progetta quello che un braccio realizzerà alla lettera sembra di un’astrazione esagerata. Basterebbe essere capitati una volta su un set cinematografico, in un laboratorio di serigrafia o a veder tracciare i graffiti sul lungolinea per appurare che l’esecuzione non è mai un freddo automatismo: la tecnica pensa, aggira ostacoli, crea. Allora se non siete dualisti nemmeno voi, riconoscerete che la Pietà di Michelangelo è anche il suo marmo di Carrara e il modo in cui è stato lavorato, pur non riducendosi in questo.

Tornando a Zidane che esprime il suo disappunto a Materazzi, potremmo dire che l’opera d’arte Coup de tête è incorporata nell’oggetto fisico (il marmo lavorato) ed emerge da questo.

La testata c’è stata davvero, quasi un ready made, ed è rimasta scolpita nella memoria di tutti. Abdessemed ce la ripropone scolpita in marmo nero come una lotta epica -spero non senza ironia, anche se nelle sue noiose interviste dell’ironia non c’è traccia. I fisici statuari dei due calciatori, gli eroi contemporanei, diventano monumenti mediatici -e quest’intenzione culturale va certamente oltre il marmo. Dal punto di vista percettivo però noi godiamo di scelte tecniche e stilistiche che gli scultori hanno portato avanti, in parte in maniera autonoma e imprevedibile (artigianale, originale). Molte delle qualità estetiche che apprezziamo nell’opera provengono dall’interazione tra l’ideazione dell’autore, gli ostacoli della materia e la rielaborazione degli esecutori (che in questo senso possono dirsi autori). La chiudo qui prima che prendiate me a testate, ma ripensateci la prossima volta che siete di fronte a una statua del Canova. A proposito: anche Canova si affidava ad una squadra e sceglieva il marmo bianco di Carrara, solo che a differenza di molti Canova di oggi, lui sapeva davvero scolpire (e quindi guidare e valutare l’operato di chi scolpiva per lui). Alessio invece ogni tanto deve accontentarsi di bozzetti grossolani accompagnati da un bel “fai tu”. Ma forse è meglio se fa lui.


 

§2

Whitexploitation

Il traffico di marmo delle Apuane

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Diciamolo subito: dietro l’immaginario dell’arte monumentale ed eterna, a cui il marmo è da sempre associato ma che oggi riveste una percentuale minima del suo impiego, c’è uno sfruttamento intensivo delle montagne. Una distruzione che viene chiamata produzione. Com’è possibile? Non avete idea di quanti prodotti industriali (soldi) si facciano col carbonato di calcio.

La prima volta che capiti in queste zone hai la sensazione di essere circondato da montagne innevate, ma magari siamo in agosto. I giacimenti marmiferi conferiscono un’identità inconfondibile a questo territorio e non certo da ieri: in Lunigiana si cavava il marmo prima ancora che arrivassero i romani. Ma quando c’erano i carri trainati dai buoi anziché i camion cassonati e non avevamo ancora inventato il filo diamantato né tantomeno il capitalismo, si trattava di una pratica lenta e per così dire sostenibile (il marmo veniva persino riciclato dai monumenti più antichi per non estrarne di nuovo). L’accelerazione incontrollata degli ultimi decenni ne ha fatto invece uno dei più grandi disastri ambientali d’Europa. L’intero ecosistema delle Alpi Apuane (flora, fauna, grotte, falde acquifere) è oggi gravemente compromesso da un abuso del territorio dettato da pure logiche di profitto e interessi privati. Dico privati perché a beneficiare davvero di questo business non sono stati i comuni -tantomeno la comunità locale- ma le ditte che hanno le concessioni delle cave (tipo la famiglia Bin Laden, comproprietaria di metà della Marmi Carrara, l’azienda di marmo più importante di Carrara cioè del mondo).

Sotto la brillante formula ‘coltivazione degli agri marmiferi’ (roba da Leone d’oro a Cannes per il copywriter) ogni anno vengono asportati 1.500.000 metri cubi di alpi apuane. Negli ultimi 20 anni insomma abbiamo cavato via un’era geologica -un fotoritocco di 20 milioni anni di cui si è accorto anche Google Earth.

Aggiungeteci i fiumi bianchi di marmettola durante le piogge, le frane e le alluvioni per intasamento del fiume dovute alla cattiva gestione degli scarti di lavorazione, le malattie respiratorie connesse alla concentrazione di polveri di marmo rilasciate durante il trasporto, l’escavazione in aree protette, incidenti e morti bianche… e avrete un’ottima brochure turistica per gli amanti del romanzo distopico. Con tutto questo disastro però l’arte non c’entra nulla: il CAI stima che per ogni tonnellata di marmo in blocchi impiegabile in scultura e decorativo, vengano distrutte dieci tonnellate di montagna. Gli altri nove cosa sono? Detriti destinati al grande mercato delle polveri di marmo, un bel giro d’affari che si giova di normative risalenti ai tempi in cui per cavare si usava dinamite a sfregio.

Dal 2009 un movimento ‘No Cave’ denuncia la situazione e si batte per salvare le Apuane fermando gli usi impropri del marmo (colle, plastiche, isolanti, dentifricio) e promuovendo una riconversione delle aree coinvolte e uno sviluppo economico alternativo a reale vantaggio del territorio anziché dei magnati russi che fanno shopping di marmo in vacanza a Forte dei Marmi. La maggior parte dei blocchi infatti se ne va lontano senza nemmeno essere lavorata in loco, mentre gli scultori della zona spesso contrattano gli scarti dei ravaneti (sorta di discariche abusive del marmo) e il personale delle cave è diminuito drasticamente a causa dell’automazione dei processi (anche se il ritmo di lavoro non sembra consono ad un ‘lavoro usurante’ quale sarebbe il loro).

Una sfrenata corsa all’oro bianco in un’atmosfera da Far West.

Eppure a un passo da tutto questo…

 

§3

Lo Zen e l’arte della levigatura

Da Robert Gove

Cava dei Fanti Scritti. Io che per la prima volta somiglio alla mia gemella, ingegnere ambientale.

 

 

Robert Gove arriva da San Francisco 45 anni fa e qualcosa lo trattiene a Carrara, dove ancora lavora nel suo studio sul fiume. Appena lo vedo penso che alla faccia dei suoi 76 anni, quest’uomo sia davvero un gran figo. Appena ci parlo penso che alla faccia dei suoi 76 anni, quest’uomo sia davvero un po’ brillo. Robert è buddista ma ciò non gli impedisce di farsi il giro delle chiese, cioè le tappe dei bar. Ipnotizzata dai suoi occhi blu e dalla lentezza con cui cerca le parole in italiano, lo seguo alla scoperta delle opere: sculture di dimensioni ridotte e installazioni, tutte disposte secondo precisi accorgimenti scenografici.

Un universo germogliante di maschile e femminile, concavo e convesso. Dal cilindro panteista di questo prestigiatore del marmo fuoriescono composizioni mobili -tanto sottili da divenire translucenti- e lucide curve biomorfe che ti sembra di accarezzare con la vista.

La translucenza è quella proprietà fisica di un materiale che permette il passaggio della luce in modo diffuso: se osservi qualcosa attraverso un materiale traslucido, la figura retrostante appare ma in versione distorta. Lavorato molto sottile il marmo mostra questa caratteristica, e alcune opere di Robert la sfruttano a meraviglia. Ma i numeri della sua tecnica non finiscono qui. Ci indica un serpente in posizione di attacco e annuncia orgoglioso: “una scultura per reggersi ha bisogno di almeno 3 punti di appoggio, questa ne ha due”.

Di tanto in tanto si lecca le dita e le passa sulle sculture, strofinando con la maglia per tirarle a lucido. Come se scorresse le dita lungo la fessura di una conchiglia o tra le labbra di una monumentale vagina. Mi guardo intorno e trovo sinuosi pistilli, gusci rigonfi e steli affusolati… “Scusate ma sono l’unica che vede clitoridi qui?”

Il sorriso dell’autore svela una certa approvazione: “Ormai sono 17 anni che non sto con una donna, ma non ho mica dimenticato!”. Lui, che pratica meditazione da quando frequentava un centro zen californiano, dice di averci provato a purificare la sua arte indirizzandola al bianco e al mondo invisibile. Ma niente da fare.

 L’ascetismo cede sempre alla biofilia e le forme ritornano alla physis, le pietre tornano colorate.
Nello studio di Robert

 

Robert, l’avrete intuito, non si serve di ghost artist. Lungo il corso del fiume sceglie le pietre che più lo ispirano (dove vede già la forma da ricavare, alla maniera di Michelangelo). Ed e’ lui stesso a trasportare i marmi in laboratorio per lavorarli tappa dopo tappa, dalla sgrossatura alla rifinitura fino alla levigatura e lucidatura finale. Il che comporta una competenza tecnico-manuale straordinaria ma anche una grande consapevolezza di quello che si sta facendo:

“Qualsiasi cosa fai, per farla bene devi prima essere a casa qui [nella pancia], avere il senso di te stesso”.

Leggenda vuole che se tratti male una sua scultura o non la posizioni come si deve lui venga a riprendersela -e ti va già bene se non ti richiama a distanza di anni per l’impellente bisogno di modificare l’opera che ti ha venduto tanto tempo prima. Ecco cosa c’è in quell’angolo: lo scorrere del tempo. Negli anni Robert ha raccolto dal letto del fiume una collezione di pietre parzialmente lavorate e ne ha composto un muretto a secco di non finiti, scarti del lavoro di qualcun altro.

Marmi levigati dal fiume del tempo, tenuti insieme da un’energia invisibile che annulla la risultante delle forze.

Ma persino lui, il più lirico e filosofico degli scultori che ho incontrato, mi conferma: “per imparare a scolpire devi perdere un po’ di pelle”, e la pila di pietre rappresenta proprio questo.

Il “muro della tradizione” racconta la storia di un mestiere tramandato da generazioni, e lo fa come un puzzle, un libero gioco del caso -senza design, senza un piano.

Non so cosa ci sia nel passato di Robert, ma quando gli domando se ha mai desiderato tornare negli Stati Uniti scuote la testa deciso e ho come l’impressione di aver chiesto troppo. Il suo posto ora è qui. E se ti fermi ad ascoltare il rumore del fiume che sale… non ti serve più neanche domandare: “Ho imparato a stare seduto, senza alcuno scopo”.


 

§4

Per chi suona la campana

Il marmo visto dalla cava

Cava dei Fanti Scritti. Io che per la prima volta somiglia alla mia gemella buona, ingegnere ambientale.

 

Piero Marchetti insegna all’Accademia di Belle Arti di Carrara da circa 40 anni.

“Piuttosto che andare a lavorare in cava vai a rubare” gli aveva sempre detto suo padre che di mestiere faceva il cavatore. Se Piero lo vedeva tornare a casa a metà mattina voleva dire che qualcuno era morto in cava. Tutta la città lo capiva perché le campane delle chiese suonavano a lutto. Si aspettava solo di sapere chi era, e si pregava che non fosse…

Il padre di Piero se ne andava dritto a letto saltando il pranzo, rialzandosi nel pomeriggio per andare a bere con i compagni. I cavatori si sono sempre affidati alla Vergine del Cavatore e all’alcol per tirare avanti, così quando la Madonna falliva non restava che l’osteria.

Ascolto il racconto nel bar dei cavatori. Non so essere più precisa perché quando ho chiesto il nome al suo gestore quest’ultimo, preso alla sprovvista, mi ha risposto: “Bar Tabacchi”. Sono le 11 di mattina, che per me vuol dire un caffè e per il mio interlocutore una specie di spritz. Mentre fingo nonchalance a dispetto dell’urgente bisogno di un bagno dopo la nottata in furgone, Piero sposta la mia attenzione su un altro avventore: “Lui è un cavatore”. Sta un po’ sulle sue ma ha un’aria bonaria, così provo ad attaccar bottone. Scopro che pochi giorni prima lui e i colleghi erano in sciopero per il rinnovo del contratto integrativo di settore. Manifestazione e presidi. Nonostante tutto è contento del lavoro che fa (non si è mai schiacciato un’unghia, dice) ma di infortuni ne ha visti tanti, l’ultimo solo qualche settimana fa. Colpa dei ritmi di lavoro, secondo lui. Ancora oggi gli incidenti in cava, anche mortali, sono all’ordine del giorno. Eppure il mestiere del cavatore fa presa anche sui giovani, forse perché è un lavoro da 200 giorni all’anno (con la pioggia e la neve non si va in cava) ed è considerato ben retribuito (giudicate voi se 1500€ + straordinari valgono il rischio). Prima di salutarci mi invita a visitare la cava in cui lavora, dove posso tranquillamente fare il suo nome. Alessio commenterà: “Sì certo, una donna in cava, così si ferma tutto!”.

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L’ho visitata davvero una cava. Sedotta dal kitsch più sfacciato e dalla completa gratuità di un fantoccio-di-cavatore-obeso esposto all’ingresso, ho scroccato un Marmo Tour nella Cava dei Fanti scritti, che deve il nome ad un bassorilievo sul quale alcuni giovani scultori (Canova tra questi) si erano dati al writing incidendo le loro tags. Siamo nel cuore della montagna, a uguale distanza dal livello del mare, dalla cima, dall’entrata e dall’uscita.

Sembra di essere nel castello di un gigante. Indossiamo dei caschi di protezione ma sento che ci sta piovendo addosso. “Gigante, il tuo soffitto di marmo perde!” Ma del gigante neanche l’ombra. Deve essersene andato perché non c’è traccia di mobilio, ad eccezione di qualche macchinario le stanze sono vuote.

Marmo lato per lato.

La guida assicura che ogni stanza viene abbandonata (l’escavazione interrotta) quando si raggiunge il limite di sicurezza del soffitto.

Mi stringo nel pile in dotazione, fa freddo dentro il marmo. Tutte quelle montagne con le pance vuote… dovranno essere stanche, affamate e arrabbiate.

Come si estrae il marmo?

Il monolito di marmo presenta elevata durezza ma bassa duttilità, ed è in base a queste caratteristiche che abbiamo adottato tecniche di taglio via via più sofisticate ma sempre basate sullo stesso meccanismo, la frattura fragile. Immaginate di aprire una frattura nella roccia con tantissimi micro-utensili che lavorano in sinergia: il filo diamantato che ha rivoluzionato il processo di estrazione sfrutta proprio questo procedimento, essendo costituito da “perline” rivestite di diamante sintetico (minerale più in alto del marmo sulla scala di Mohs, cioè più duro). Alla velocità di 150 km orari i diamanti erodono la materia dividendola in frammenti pulviscolari, mentre gli strumenti per aprire i fori (nei quali il filo corre inizialmente) detteranno le forme geometriche dell’estratto. Il marmo tagliato viene ribaltato e fatto cadere su un letto di detriti per attutire il colpo (non vogliamo mica rompere il pavimento del Gigante).

Come si trasporta il marmo?

Il bancale viene riquadrato in blocchi commerciali che saranno sollevati e caricati sui camion per affrontare curve a gomito e stradine talmente ripide che io non mi farei neanche in mountain bike (ah: se questo tipo di trasporto fa gia’ abbastanza paura, immaginatevi cosa succedeva in passato con la lizzatura). Oggi il marmo si fa un gran viaggio, dalla montagna al mare, dal mare alla Cina o agli Emirati Arabi…

Il tipo di marmo cavato a Carrara va dal bianco puro fino al grigio del bardiglio, con infinite sfumature nel mezzo. Quello chiamato Bianco P è puro carbonato di calcio privo di “impurità” (ferro o altri metalli) e si caratterizza per cristalli interni molto compressi che lo rendono meno poroso, quindi ideale per i dettagli della scultura. Lo statuario è il marmo pregiato di solito riservato agli scultori mentre il marmo ordinario può essere quello che avete sul piano della cucina. Se vi può interessare, a me piace molto il Calacata, un marmo bianco-avorio con venature grigie e giallastre. Il prezzo di un blocco dipende da colore, dimensione, qualità ed uso che ne viene fatto -ed è di solito contrattato- ma si va dai 100 ai 5000 euro a tonnellata. Uno scultore del posto può comprare il marmo direttamente in cava pagando anche il trasporto, scegliere un blocco già pronto all’uso nei laboratori delle cave o piuttosto frugare nei ravaneti, distese di marmi abbandonati al sole e alle intemperie finché qualcuno non li vuole (allora probabilmente te li fanno pagare). Ma ancora una volta mi trovo d’accordo con Alessio: “Il marmo è vivo, può avere crepe, macchie o buchi. Non conta com’è il marmo, conta com’è fatto il lavoro”. Basterebbe adottare questa filosofia per evitare un sacco di sprechi.

E dalle cave agli studi…

 

§5

L’artista e l’alieno

La scultura di Marco Alberti

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Se c’è una cosa che ho imparato viaggiando è che vale sempre la pena di intrattenersi con i vecchietti del posto. Quelli che ho importunato nella località di Forno per scovare scultori inaspettati, mi hanno indicato l’ultima casetta di una strada di montagna che porta fino alla cava. Marco si affaccia alla finestra, probabilmente chiedendosi perché un furgone abbia deciso di piazzarglisi davanti all’uscio. Gli chiedo se possiamo visitare il suo studio e lui, sorpreso e un po’ lusingato che in paese gli abbiano fatto pubblicità, ci lascia entrare a fare due chiacchiere. Non credo veda molte persone al giorno visto dove abita con la sua compagna: un’ex stabile dell’Enel in mezzo al verde (o al niente, secondo come la si vede). Nell’interno che ha ristrutturato e dipinto personalmente, ci mostra i lavori in marmo e onice messicano. Cattura la mia attenzione una grande scultura in bardiglio, scelta inconsueta per una scultura. L’autore accenna al soggetto, una crisalide che si sta formando o uscendo dal bozzolo, ma io non riuscivo più a seguirlo perché ero troppo convinta di vedere la vagina di Alien. Me ra vi glio sa me nte perturbante.

In un posto così sperduto, dove fino a poco tempo fa non c’era neanche la corrente elettrica (figuriamoci Internet) mi aspettavo di trovare un artista naïf, invece ho trovato un artista libero. Forse l’isolamento abbassa i condizionamenti esterni ed amplifica la capacità visionaria? Non lo sapremo mai perché ho dimenticato di chiedergli se barava con sostanze psicotrope e se sì, quali.

Nello studio di Marco

 

Gli chiedo invece cosa pensa del commercio di marmo a discapito dell’ambiente e lui sembra irridere la mia militanza dell’ultimo minuto: “Pare che la questione sia l’odio per i ricchi anziché l’amore per l’ambiente. Ci si ricorda dell’ambiente solo quando qualcuno ci fa affari sopra e si arricchisce”. Non mi stupisce affatto che finiamo a parlare di alieni.

“A quanto pare gli extraterrestri sono piuttosto brutti quindi non sarà un grosso problema se gli lasciamo la Terra più brutta di come l’abbiamo trovata”.

Immagino cosa diranno da lassù vedendo scomparire le montagne: “’Sti umani, ve l’avevo detto che non dovevamo aiutarli a costruire le Piramidi!”. Ma Marco torna serio e mi riporta sul nostro pianeta: “Ci vuole rispetto con la montagna e il suo marmo, altrimenti ecco che succede, alluvioni, frane…”. Dice anche di aver perso un paio di cugini nelle cave. Torniamo in strada per salutarci davanti alla monumentale scultura che ha posizionato di fronte casa: grandi labbra lucide in marmo rosso (parlo di bocca stavolta, giuro). Riattraversando il paese noto una targa alla memoria dei “Caduti in guerra e nelle cave”. Lì per lì lo trovo un binomio assurdo, ora ho cambiato idea.


 

§6

Tra Anarchia e Far West

 Le due facce di Carrara

 

Anche i democristiani sono anarchici a Carrara’

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E’ quasi impossibile parlare degli scultori di marmo senza parlare di Carrara, perché il loro stile di vita deve molto al carattere di una città unica nel suo genere. Terra di anarchici, artisti e cavatori, Carrara ti fa innamorare perché non è affatto gentile né graziosa. Se è bella, lo è solo in modo stronzo e trasandato.

Scordatevi il branding turistico toscano, perché qui non vi vuole nessuno. Scordatevi pure l’accento toscano, perché qui parlano un mezzo sardo.

Il Comune di Carrara è uno dei più indebitati d’Italia e il tasso di disoccupazione molto elevato. Ma come? Con tutta la ricchezza prodotta dal marmo? Dovete sapere che ad oggi meno della metà delle cave presenti sul territorio del comune sono interamente pubbliche e pagano tariffa piena. Le altre sono private o miste, per via di un editto del 1751 (parliamo di ducati e sovrani). Nonostante nel 1995 la Corte Costituzionale si sia pronunciata sostenendo che le concessioni delle cave dovessero essere tutte temporanee, solo negli ultimi mesi il Testo Unico sulle Cave ha abolito i “beni estimati” (le cave private). Il che non garantisce che tornino al pubblico, visto il peso delle lobby del marmo.

Considerate poi i costi della Strada dei marmi, 6 km di foro delle Alpi Apuane ad uso esclusivo (e gratuito) degli industriali del marmo per evitare il passaggio dei camion nel centro storico. Le spese di gestione sono a carico del comune ma la strada non può essere messa a pedaggio perché in tal caso per legge avrebbe dovuto esserci una strada alternativa gratis (cioè quella che passa in città). Un serpente che si mangia la coda e anche i fondi comunali. Prima di viaggiare su strada il marmo veniva trasportato lungo la ferrovia marmifera, che oggi potrebbe essere rivalorizzata come attrazione turistica. Un trenino del marmo per scoprire la città. E invece i turisti in città non li fanno neanche entrare: i pullman organizzati fanno il giro delle cave e dei paesini limitrofi senza entrare nel centro cittadino (“scrivilo questo!” mi fa promettere Alessio). Volete che vada avanti? Il teatro comunale è temporaneamente-chiuso-da-sempre e la decadenza architettonica è la cifra stilistica di una città tanto piena di opere in marmo quanto di cartelli Vendesi.

Ma nonostante i molti locali dismessi, non è detto sia semplice trovare un ‘fondo’ per lavorare: sembra che avere uno scultore di marmo vicino di casa sia un po’ come avere un serial killer che sta lì a tritare ossa tutto il dì. Troppo casino.

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A Pietrasanta fanno i fighi con il marmo e il lavoro di Carrara, investendo tanto nella cura delle esposizioni quanto nella cura delle boutiques e dei ristorantini. Carrara invece fa la scontrosa, e mi viene il dubbio che sotto sotto ne vada anche orgogliosa.La starification dell’artista nell’era del Narcisismo 2.0 non attecchisce da queste parti: se uno scolpisce il marmo lo riconosci per quanto è impolverato, il look da muratore e l’appeal del montanaro.

Sarà perché creano bellezza con gli stessi strumenti adatti a massacrare persone, ma questi scultori hanno un modo di fare tutto loro, e se hanno scelto di vivere tra le montagne di Carrara vuol dire che in un modo o nell’altro stanno dedicando la loro vita alla scultura. Sono focalizzati su quello che fanno (anche perché se si distraggono possono farsi molto male).

Uno scultore viene a Carrara perché il marmo è a portata di mano, qui trova grandi maestri e  commissioni importanti. Il mercato gira (che paghi bene è un altro discorso). E la vita è semplice: scultori da tutto il mondo possono ritrovarsi al bar, senza bisogno di prendere la metro o fissare un appuntamento via mail. Carrara funziona come un paese, ma parla dialetto, inglese, arabo e cinese. E non la abitano solo scultori: artisti visivi di ogni sorta trovano asilo e ispirazione in questa città, probabilmente per il clima che si respira (non mi riferisco agli inverni freddi e piovosi).

Dubito ci sia un altro posto in cui la cultura anarchica ha messo radici così profonde, intrecciandosi  alla dura esperienza delle cave, alle lotte e allo spirito di solidarieta’ dei cavatori e all’indole fiera di gente di montagna che mal sopporta padroni. Oggi la città ha una tipografia anarchica e persino un angolo di cimitero sconsacrato per le tombe degli anarchici. Sono sepolti qui i compagni Lucetti (l’attentatore di Mussolini), Pinelli (l’anarchico che avrebbe messo le ali) e Meschi (l’anarcosindacalista che lottò per ottenere la riduzione dell’orario dei lavoratori del marmo dalle 12 alle 6 ore e mezza). In piazza Matteotti campeggia uno striscione della FAI (Federazione Anarchica Italiana) fondata a Carrara nel 1945. E se andate a farvi un bicchiere ai Baccanali (storico locale dipinto da Prof.Bad Trip) al posto dell’Internazionale troverete l’Umanità Nova.

Anarchia e Far West. Utopia e distopia. Bellezza e distruzione.

Carrara ha almeno due facce. E in ogni fondo un mondo…

 

§7

Jung si è fermato a Damasco

Patty Nicoli, Boutros Romhein

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Patty Nicoli ci accoglie sorridente e sembra aver voglia di chiacchierare. Una casa come la sua devo averla vista solo sulle pagine di Elle Decor. Si trova di fianco allo studio della famiglia Nicoli che ha fatto la storia della scultura di Carrara. In giardino ci mostra la serra dove scolpisce: onde lunghe, fauni, astrazioni in marmo grezzo… Quella di Patty è una scultura che parla di armonia, connessioni e ricerca di pace nello stare al mondo.

“Il 900 non faceva altro che esprimere pesantezza dolore, anche nella scultura. Così freudiano… questi corpi sofferenti, contorti, schiacchiati dal peso dell’esistenza. Io sto con Jung, che era per la felicità di ognuno di noi.”

Dice che la psicanalisi l’ha aiutata a riconoscere la sua passione e a scegliere di prendersene cura. “Jung ci ha insegnato a prendere in mano il nostro talento, a fargli fare la Cenerentola”. Patty si definisce un’individualista scatenata: “alle masse fai fare quello che vuoi, sono state fasciste, comuniste… è con i singoli individui che devi parlare”. Per questo ce l’ha con qualunque forma di indottrinamento: “Perché a scuola si fa studiare sempre Pavese e non Beppe Fenoglio?” e ancora “Le femministe a Milano portavano tutte gli zoccoli. Io sono bassina, perché mi devo mettere per forza gli zoccoli? A me sta bene un po’ di tacco!” Ma del movimento femminista degli anni ’70 non critica solo il dress-code: “c’erano le leader che comandavano e poi tutte le altre, gli angeli del ciclostile. Cosa cambiava allora? Si riproponeva esattamente la stessa struttura che volevamo combattere.”

C’è più femminismo nell’antifemminismo di una scultrice di marmo, mi dico mentre me ne vado.
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Un altro studio, un altro mondo.

Andiamo a trovare Boutros Romhein, noto scultore siriano che a Carrara ha messo su: famiglia, una residenza artistica per scultori e un orto bizzarro che si sviluppa in verticale con piccolissimi terrazzamenti, fino ad una grotta.

“Lo farete voi il Ramadan con quelle barbe che vi ritrovate!” così Boutros si prende gioco del mio amico che aveva fatto la gaffe del secolo credendolo musulmano. Boutros proviene dalla minoranza cristiana, che in quattro anni è stata dimezzata, e gli preme rivendicare la sua assoluta opposizione all’Islam, responsabile del massacro della cultura e del popolo siriano. A nulla vale il mio tentativo di portarla sull’interpretazione, per lui la religione islamica non solo autorizza ma formalmente richiede il fanatismo e le stragi. “ Tutti i miei amici sono musulmani che portano avanti una visione aperta e tollerante del loro credo, ma proprio per questo sono i primi ad essere in pericolo. L’Islam non permette apertura né opinioni differenti. Ecco perché tutte le mie opere sono incentrate sul concetto di apertura e dialogo”. Boutros lavora con la trasparenza degli inserti in vetro. I tagli e le traforature realizzati direttamente nel marmo consentono il passaggio e lo scambio di idee, di vedute. Anche se…

“Una delle mie opere sul dialogo era a Damasco, ed è stata danneggiata da una bomba”.

 

§8

Il fantasma di un amore fa

Poetica di Enrico Ferrarini

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Tutto accade per la prima volta, ma in un modo eterno.  J.L.Borges

Enrico ed io ci siamo conosciuti a Firenze ed è stata proprio la sua scultura a portarmi a Carrara. Ammetto di essermi servita di lui negli ultimi mesi -soprattutto del suo sguardo, per guardarmici dentro. Ma in fondo si trattava di un uso lecito, visto che Enrico lavora sull’empatia. E come?

Dare corpo al mondo interiore e anima alla scultura, muoverla della vita fluida dei nostri stati metamorfici.

Se mi scolpissi oggi, che scultura sarei?

Le ricerche sui neuroni-specchio ci parlano di un meccanismo neurofisiologico di ‘rispecchiamento’ che mappa le azioni osservate sugli stessi circuiti nervosi che ne controllano l’esecuzione. Percepire un’azione e comprenderne il significato equivarrebbero a simularla internamente. Un po’ quello su cui il teatro gioca da sempre: il corpo è la base del nostro rapporto con gli altri, perché è capace di risuonare col corpo degli altri. Partendo da queste intuizioni Enrico lavora sulle espressioni facciali, le tensioni muscolari e i movimenti per farci sentire cosa c’è dentro, dal momento che emozioni come il dolore o sensazioni come quelle tattili si attivano quando si assiste alle esperienze altrui. “Così ho iniziato a lavorare sui miei sentimenti, su come passavano fuori. I miei lavori riflettono il modo in cui mi vivo le cose, quello che provo a livello fisico –le emozioni, i sentimenti. Quello che vedo è quello che sono”.

è stata il suo primo amore. Quando la loro storia era già finita, Enrico ha sentito il bisogno di ritrarre… il suo ricordo. E ad un certo punto S non era più S: “Non c’era più lei, c’ero io”. Una metamorfosi.

Fino a poco tempo fa Enrico era un modellatore più che uno scultore. Per le sue opere utilizzava il gesso o l’argilla. Stavolta invece il calco a perdere in gesso armato gli è servito per affrontare il marmo. Ha scelto il Rosa Estremoz del Portogallo, che una volta lucidato ricorda la tonalità della pelle: “Volevo dare più valore al passato, regalargli un futuro roseo”. Sono passati anni dall’ultima volta che l’ha vista, per quel che ne sa S potrebbe anche aver cambiato volto, ma questo non conta se sei un idealista platonico. L’intenzione dell’autore era quella di scolpire il bello in sé della vergine che voltandosi incontra per la prima volta l’amore. Noi spettatori siamo dall’altra parte, nello sguardo che la riconosce.

Raccontare una storia con la scultura, cogliere la magia di un attimo -un istante che non è temporale, tant’è che il viso si muove. Scultura dinamica? Io direi scultura drammatica, narrativa. Enrico sviluppa storie a partire dalle emozioni, dà vita ai suoi personaggi attraverso il puro movimento, e così facendo trasmette la stessa emozione al pubblico (passandogliela da corpo a corpo).

“Qualunque cosa facessi, sentivo che c’era sempre qualcosa che riaffiorava e mi attirava indietro, qualcosa che mancava. Così ho lavorato su quella sensazione”. Penso al mio filo nella pancia, so bene di cosa parla. Anche il mio filo tira, a volte mi trascina. La differenza è che Enrico non ha paura di guardare al passato, sentirne il richiamo… tramutarlo in qualcosa di bello. La discussione mi scivola di mano, dalla poetica alla vita: “Ma come puoi essere così accondiscendente verso la tua nostalgia? Concederti di idealizzare un amore??”

Non è d’accordo con me sul fatto che bisogna lottare per cambiarsi, per smettere di voltarsi. Non siamo d’accordo quasi mai. Per lui è tutta una questione di accettarsi invece. Lasciarsi essere, sentirsi… scoprirsi fin nel buio delle pieghe e dei vuoti.

Del resto, che scultura saremmo senza chiaroscuri?

Ora posso confessarlo, è da qui che sono partita e forse è qui che dovevo arrivare. Un volto rivolto al passato, il fantasma di un amore fa. Affrontare il proprio blocco e dargli forma… ho visto questo all’opera nei laboratori di Carrara. Scrivere un reportage in fondo non è così diverso: è come scolpire la materia bruta del reale, sottraendo ancora e ancora per trovare le linee della storia. Si fa fatica. Ma coltivare il proprio sguardo sembra più facile sotto queste montagne, forse perché ci si è già liberati di un po’ di crosta, della superficie.

La scultura “per via di levare” scarta ciò che non serve per portare alla luce l’essenziale.

 

Questo pezzo è dedicato a Viola la figlia di Alessio e Claudia, nata in casa a Miseglia un paio di giorni dopo la mia visita. 

(Lei ancora non lo sa, ma ha già fatto la sua parte in una scultura del suo papà)

Le foto sono dell’autrice.

Il reportage Gli Scultori del Far West è uscito a puntate per Bolognina Basement:

parte 1, parte 2, parte 3, parte 4

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