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By Claire On

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Non avete anche voi l’impressione che, proprio nell’era della connessione, soffriamo di una qualche forma di autismo 2.0? 
Facciamo un passo indietro. Potremmo dire che la specie umana è egocentrica (antropocentrica) per costituzione. Non dimenticate che per millenni abbiamo preteso che il sole girasse intorno a noi, e che gli dei fossero fatti come gli uomini (o noi come loro). Quindi ok, l’egocentrismo ognuno di noi ce l’ha nel DNA. Ce lo dice anche la psicologia dell’infanzia: nasciamo egocentrici. Ma credo che l’individualismo promosso dalla nostra società (leggi economia) povera di collanti etici e di ampie visioni filosofiche l’abbia incentivato. E che il mondo digitale gli abbia tolto un pò di ‘realtà’ da sotto i piedi, radicalizzandolo.

Anche dire che il Narcisismo sia sempre esistito è un truismo, visto che gli presta il nome un mito greco. Ma al dispositivo dello specchio oggi se ne sono aggiunti innumerevoli. Con questi iDispositivil’immagine di Narciso si riflette in modo esponenziale, e se ci aggiungete i filtri di instagram, questo Narciso non riesce più a smettere di farsi le pippe sul suo stesso autoscatto.

Il selfie è per gli altri o per sé stessi?


La mia umile teoria (e qui torniamo all’autismo) è che i nostri autoscatti non siano un esporsi all’altro, non abbiano cioè come ‘intenzione’ quella di mostrare agli altri ciò che si è, ma piuttosto di mostrare a noi stessi come saremmo per gli altri.

Ma se sviluppassimo quest’ipotesi iniziale?

Il selfie sono io come se mi vedessero gli altri (ma solo se gli altri vedessero come pretendo io, cioè se gli altri fossero come li vedo io) quindi pilotando il selfie posso cambiare (migliorare) l’immagine che io e gli altri abbiamo di me (perché in fondo assumo che gli altri sappiano e vogliano mettersi al mio posto).

Alla fine questi altri non sono che una mia proiezione, il pubblico principale resto io, ed è il mio sguardo (su di me) che conta.

Tutto resta all’interno del sé.


Nei social networks siamo come tante piccole monadi, se mi consentite di abusare di Leibniz (poverino, che ne poteva sapere lui di facebook?!). Secondo la mia azzardata Monadologia della rete, al mondo virtuale manca la res estensa, la corporeità come campo intersoggettivo in cui io e te ci ritroviamo e possiamo condividere. Manca la percezione come contatto tra un io e l’altro. Una volta ridotti a entità rappresentanti, nella rete siamo irrimediabilmente soli e finiamo per essere entità autorappresentanti. Anche il mondo esterno è un’autorappresentazione (pensate alla vostra home di facebook, la vostra personale finestra sulle altre monadi).

Se tutto è (mia) rappresentazione, se spazio e tempo sono solo miei concetti, perché non riplasmare questa rappresentazione ad libitum?

Al dilemma ontologico “esisto nel mondo digitale?” rispondiamo con un autoscatto. “Selfo quindi sono”, con buona pace di Descartes. E come in Second Life, già che ci siamo ci cambiamo un pò il modo di esistere. C’avevate mai pensato che la scelta di un Avatar è in fondo un’opzione metafisica?

E se il nostro mondo culturale diventa sempre più visuale (persino i quotidiani oggi sembrano delle gallerie fotografiche con qualche slogan) anche la costruzione della nostra identità passa attraverso le immagini. Per usare una metafora anni ’90, oggi siamo il nostro album di foto, più che il nostro diario segreto. Creare una ‘narrazione’ del sé (e per il sé) somiglia sempre di più a creare dei moodboard.


E quindi torniamo all’autoscatto.

Cosa distingue il selfie dall’autoritratto?

Ho fatto una rapida carrellata mentale (e per esempio mi sono accorta che quelli di Schiele somigliano a dei Selfie per come l’artista posa con le mani e le espressioni…) ma ecco, mi pare che ciò che differenzia l’autoritratto sia l’intenzione: la ricerca di autenticità/profondità. L’autoritratto è l’esito di un’esplorazione di sé. Apre a qualcosa, implica uno sguardo ‘altro’, lo ‘scarto’ dall’apparenza immediata.

Il linguaggio dei social invece non trasfigura mai, al contrario banalizza. Non squarcia nessun velo, piuttosto dà a qualunque messaggio la stessa patina e così facendo lo depotenzia.

Inoltre l’autoritratto della tradizione era un oggetto materiale che si muoveva nel mondo reale, fosse esso un quadro, un disegno, un video o una fotografia. Era fatto per il pubblico là fuori, per un tempo che era quello condiviso, addirittura per durare anche nel futuro.  Quanto dura un selfie nell’intenzione dell’autore? E cosa ci mostra del soggetto? Del suo strano pubblico poi abbiamo già parlato…


Ma ehi, non volevo angosciarvi! E comunque tutto passa.

Magari i nostri selfie un giorno faranno l’effetto che oggi ci fanno le fotografie post mortem dell’epoca vittoriana… 

Ora sì, potete angosciarvi!

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Selfie post Mortem by Lolle
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