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Poetica del Rap

La figura femminile nel Rap di Murubutu

Il titolo scolastico funge da spaventa-rappusi: se siete in cerca del solito articolo sull’hip hop in stile hip hop, andate a fare freestyle da un’altra parte, grazie. Se invece vi va di seguirmi in questo esperimento di critica letteraria applicata al rap benvenuti!  Ma prima magari (ri)ascoltate:

Anna e Marzio

La collina dei pioppi

I marinai tornano tardi


 

Intanto se parlo di poetica è perché considero i lavori di Murubutu come un’unica (complessa) Opera. Riprendendo una metafora dell’autore, ci muoviamo in un arcipelago di testi.
E perché proprio i personaggi femminili, con tutte le tematiche storico-politiche che il professore veicola nei suoi album?? Beh, perché l’immagine della donna E’ una questione storica e politica. E perché spero che un’Analisi del Femminile al femminile offra uno spunto di riflessione alla cultura hip hop italiana (sono sempre stata molto ingenua).

Sfogliando mentalmente il mio umile bagaglio di testi rap (che comunque risale ai tempi in cui alle jam ci trovavi ancora le fly) mi sono accorta che i personaggi femminili sono principalmente delle Muse. Ma cosa sono le muse se non espedienti poetici, proiezioni dell’autore? Per quanto riguarda invece quel tipo di rap che osanna le dimensioni del proprio uccello, qui di donne ne compaiono tante, ma sono un pò come nei video di Rick Ross.

Fuori dai trend del momento, le donne delle canzoni di Murubutu vengono piuttosto dal passato. Non portano né le Louboutin né le Jeffrey Campbell (no, neanche le Jordan).
E dove ci portano se le seguiamo? Nei ritratti del rapper emiliano ritroviamo motivi come quelli dell’attesa o della follia; incontriamo tanto lo scavo psicologico novecentesco quanto i tratti stilnovisti della donna gentile; siamo immersi in paesaggi naturalisti fino al realismo più cupo; oppure in acquerelli elegiaci, struggenti come la lirica classica (perché sì, i rapper sono tra i più grandi poeti di oggi, ma fossi in voi gliela darei comunque una letta ad Ovidio, Orazio, Catullo…).

Torno sul pezzo. Direi che Murubutu ha riportato i personaggi femminili alla storia della letteratura occidentale (forse è un caso, ma anche i loro nomi hanno importanti predecessori, come la Laura di Petrarca o Anna Karenina). E quella che va da Virgilio a Marquez, da Euripide a Majakovskij è una tradizione -non ce lo nascondiamo- dallo sguardo maschile. Così anche gli storytelling di Murubutu, che a voler fare le bacchettone fallirebbero il test di Bechdel. Ma qui vorrei invece sottolineare come questo ritorno al femminile classico nel contesto Hip Hop diventi un’operazione piuttosto antimaschilista.

All’interno della cultura rap italiana (figlia illegittima di quella statunitense e del brainwashing mediatico berlusconiano) si è andata sedimentando un’immagine della donna bambola gonfiabile. Persino il modello della donna alternativa ha finito per perdere l’originaria forza trasgressiva e diventare norma omologante e consumista (se non capisci questo passaggio forse hai passato troppo tempo su suicidegirls.com).


 

Allora torniamo alle donne raccontate da Murubutu.

Riuscite a vederle? Che fanno?


                                                             “Anna guardava i suoi fiori come si guardano i figli”

                                                                    “Laura non chiese ma tenne fede, speranza e ragione,                                                           la chiamarono pazza, malnata, malata d’amore,                                                                 ma lei col dolore non aveva voluto nessun altro,                                                                                                lui stava tornando, lo aveva scritto dentro sul marmo”

                                                          “Nonostante il mal di mare che le torceva le reni                                                                                            lo avrebbe seguito su tutte le rotte, tutte le volte (…)”              

                                                                         “Decorava la tavola bianca con qualche fiore del posto
al centro un vaso d’acqua e dentro un ramo di Bosso
apparecchiava sempre per due col mare di sfondo
con l’occhio allenato a cogliere tutti i movimenti nel porto”

“E sarebbe tornato sì, sarebbe tornato e sarebbe riuscito a stupirla ancora”

                            “Cosa fa quella vecchia la sera con gli occhi sul porto?                                                                                                                              Rispondevano: Aspetta che il marito torni dal mare. Sono 10 anni che è morto”                              

                                              “Signora mia, qui questo Marzio Febbraro non è mai esistito”

Curano, confidano. Si illudono anche.

Col rischio di rimanere prigioniere delle loro stesse aspettative, del loro profondo sentire e idealizzare. Ma la voce narrante non le squalifica: continua a guardarle (da fuori ma da vicino) con empatia… ecco perché sono così umane. E ci portano un’etica fatta di fedeltà, cura, fiducia. Tutte cose che non vanno più di moda insomma. Il loro tempo è quello lungo e ciclico della natura. Altro che progresso infinito, piuttosto corsi e ricorsi, eterno ritorno.

Se la dimensione dell’uomo è quella del mare con le sue sfide e il rischio (o la voglia) di naufragare, la donna è la terra che resiste e resta: è il porto, la casa, la finestra.

La mia tesi allora è che l’operazione di Murubutu non sia banalmente anacronistica, ma “inattuale” nel senso nietzscheano del termine, cioè contro lo status quo attuale, i suoi paradigmi mediatici, i suoi clichés socio-culturali. Potrebbero essere interpretati in quest’ottica anche l’utilizzo di un linguaggio alto nei testi rap, o l’estetica delle cover degli album. E mi sembra una lettura confortata dalle dichiarazioni di poetica del rapper, che descrive la sua ultima fatica come una “Rivolta a bordo di una nave”, la nave hip hop appunto.


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